Lusso: made in Italy in vendita, da Versace a Jimmy Choo. Perché i brand soffrono e i compratori nicchiano

il

Nei giorni scorsi è stata rilanciata ovunque la notizia sul gruppo Capri Holding, che sarebbe pronto a vendere le griffe Versace e Jimmy Choo, gioielli di un portafoglio nel quale pure il brand Michael Kors arranca. Colpa della crisi del mercato cinese, dicono molte maison che fra poco saranno costrette ad annunciare i cattivi risultati del terzo trimestre 2024. Ma è anche vero che se si vuol far crescere un brand, bisogna creare qualità, creare desiderio e difendere l’immagine della maison dal mercato dei falsi. Quando non si agisce, accade che brand soffrono e i gli investitori nicchiano.

Ovunque sui social siamo bersagliati dai messaggi e dai video di venditori di repliche, vale a dire di abbigliamento, accessori e scarpe falsi, fatti bene e talvolta benissimo, prodotti in vari Paesi dell’Est Europa, Medio Oriente e soprattutto Asia. A giudicare dai video, dai like e dalle persone connesse in tempo reale, quello dei falsi di abbigliamento e accessori è un mercato che crea troppe confusioni e che, nonostante tutti gli sforzi e le promesse di anni, sembra difficile da bloccare.

In Italia se si osserva la gente per la strada, nei ristoranti e negli alberghi, si vedono più donne vestite bene ma senza loghi, con belle borse dai loghi piccoli e non sempre dell’ultima collezione. Se la creatività è tiepida e la qualità non aumenta, evviva il vintage che è pure green. Sta aumentando il numero di quelli che non comprano novità importanti ogni anno. Di quelli che scelgono prodotti artigianali di qualità, senza griffe. E di giovani che vogliono pezzi unici personalizzati con le proprie iniziali, come si faceva nell’Ottocento.

Alcuni investitori finanziari pensano che non valga la pena di conquistare la maggioranza nelle aziende del lusso: magari una quota, per diversificare. E poi si vedrà. Dicono che non si può più contare su flussi di vendita certi come un tempo e neanche prevedibili come qualche anno fa. Perciò niente rischi. Meglio spingere su food e turismo. Vedremo se funzionerà meglio la creazione di alberghi eleganti con corner di luxury food e ristoranti.

Di certo l’Italia dovrebbe fare qualcosa per difendere e agevolare fiscalmente le sue produzioni, le sue storiche aziende. Per non vederle svilite da investitori incapaci che creano disamore verso il Made in Italy. Il primo a vendere il brand fu Elio Fiorucci. Cedette ai fratelli Tacchella proprietari di Carrera nel 1989 e poi nel 1990 il brand passò al gruppo giapponese Edwin International, detentore di vari marchi del denim tra cui Lee, Wrangler e Avirex.  Tra gli spariti dai radar ci sono fra i tanti i brand Krizia, venduto nel 2014 a una imprenditrice cinese, Irene Galitzine e Gianfranco Ferrè passato al Paris Group di Dubai. Bernard Arnault tiene d’occhio ogni giorno i conti della sua rosa, composta dai brand Loro Piana, Fendi, Emilio Pucci e Bulgari. Lo stesso fa il concorrente Pinault con Gucci, Bottega Veneta, Pomellato Dodo, Brioni, Richard Ginori, Yves Saint Laurent e Balenciaga. Stessa musica da Valentino, acquisito da Mayhoola Investments, che ha mantenuto il board tutto italiano. Negli ultimi tempi sono state molto amare le vicende dei brand Roberto Cavalli e Moreschi per le calzature. Lo stilista fiorentino cedette la griffe al fondo d’investimento italiano Clessidra, ma poi nel 2019 il marchio è stato ceduto a Vision Investiments di Hussain Sajwani, presidente di Damac Properties. 

Attualmente, abbiamo detto, si parla molto di Versace. La banca d’affari statunitense Citi starebbe lavorando per la multinazionale americana Capri Holding, che potrebbe mettere in vendita la griffe della Medusa e quella delle calzature di lusso, Jimmy Choo. Capri Holding è in difficoltà perché non è riuscita ad alzare di livello il brand Michael Kors. Lo storico marchio fondato da Gianni Versace dicono, potrebbe essere nel mirino di Miuccia Prada e di suo marito Patrizio Bertelli. La famiglia Versace aveva ceduto il marchio nel 2018, ricevendo 1,83 miliardi di euro.  La crisi del mercato cinese ha frenato i ricavi della griffe, che nel 2023 ha fatturato 1,1 miliardi di dollari.

Una potenziale integrazione tra Prada e Versace porterebbe alla creazione di un importante polo del lusso italiano? Secondo alcuni osservatori, questo affare non si farà.  Il gruppo Prada sta alla finestra, perché ha i capitali pronti, ma potrebbe anche voler spettare altre occasioni. Per esempio; nel gruppo Armani, il fondatore Giorgio ha 90 anni e non ha ancora rese note le sue volontà. Poi c’è Alberta Ferretti, una grande stilista anche lei over 70: la sua holding Aeffe detiene Moschino e Dolce & Gabbana. Poi c’è da capire il futuro del marchio Max Mara, in capo alla famiglia Maramotti. Da anni molti aspettano la vendita di Ferragamo, il brand  blasonato fiorentino con prodotti davvero di ottima qualità e tradizione, quotato a Piazza Affari.