Tutti pronti per Trump 2.0

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Il ritorno del Tycoon Donald Trump alla Casa Bianca costringe l’Unione Europea guidata da una presidenza ingessata dalla guerra in Ucraina a un voltafaccia duro da digerire. E a fare i conti con tutto quello che è passato sotto i ponti nell’ultimo decennio.

Otto anni fa il Vecchio Continente partiva lancia in resta col terzetto Merkel-Junker-Hollande, da una parte contro il protezionismo populista americano e contro l’ex alleato inglese. Mentre dall’altra faceva accordi con la chimera del libero mercato, la Cina di Xi Jinping, che avrebbe dovuto garantire flussi di scambi eccezionali. Sì, è la stessa triade che poi ha consegnato a Vladimir Putin il dominio del gas. Oggi di queste inimicizie e alleanze è rimasto un gusto amaro in bocca a tutti, tutto si è semplicemente capovolto e ancora ci domandiamo come sia potuto succedere.

L’Italia che quei tempi aveva appena scaricato Matteo Renzi per Paolo Gentiloni, pensando di scrollarsi di dosso la reputazione di pecora nera europea del debito pubblico è diventata, se non uomo specchio di virtù, il Paese che, dopo il Covid e la presidenza di Giuseppe Conte, affida il premierato a una donna per la prima volta nella sua storia e ce la mette tutta per restare a galla. Non solo con i numeri di Piazza Affari. Le nazioni più forti della Ue sono in crisi profonda, gli investitori vendono titoli francesi e comprano Btp mentre l’industria europea più forte, quella dell’auto è al collasso dopo aver sposato la causa elettrica. Oggi ci diamo un gran da fare di fronte alla Cina che è un partner in ripiegamento e forse si prepara a una guerra in Sud Est asiatico, di fronte alla Russia che forse è stanca di essere un nemico da combattere, di fronte agli Usa: una potenza che se vuole può fermare le guerre ma si prepara ad essere anche un competitor difficile da rabbonire.

Dunque Giorgia Meloni, che ha pazientemente ricevuto i baci di Biden, sta furbescamente approfittando del nostro appeal finanziario e del cambio della guardia a Bruxelles, che ci mette più di sei mesi per insediare un nuovo esecutivo, per muoversi, come può. E, caso unico dal dopoguerra ad oggi, pro domo nostra.

Da una parte la vediamo cercar di sottolineare a Trump che i baci democratici non li ha mai ricambiati, più per problemi di visione che per problemi di altezza da terra. E di convincerlo che promulgare dazi statunitensi troppi aggressivi, significherebbe minare anche i 1500 dollari miliardi di dollari di scambi annuali tra le due sponde dell’Atlantico. Punire l’Italia e l’Europa sortirebbe anche un effetto boomerang, non sarebbe meglio rifletterci? Agli americani servono gli europei con le tasche piene, che comprano prodotti made in Usa oltreoceano e soprattutto a casa loro e che sull’economia statunitense investono volentieri attraverso milioni di piattaforme online, banche e società di gestione.

La nostra premier cerca di far capire anche Putin, tra le righe dei suoi discorsi ufficiali, che deve stare con l’Europa ma vorrebbe stare più neutrale, negoziarla lei magari, la pace: sia a Kiev che a Gaza, in tandem conl’abilissimo Tajani, visti i fallimenti di formidabili colleghi come Macron: poiché l’Italia è sempre stata una meta amata dai russi e dal Cremlino. Ed è da mezzo secolo in buoni affari, grazie all’Eni, non solo con l’Africa ma con tutto il Medio Oriente.

Alla Cina manda invece un altro messaggio, meno conciliante del solito: che come grandi importatori di prodotti del dragone, non meritiamo di essere bastonati sul lusso made in Italy, il fiore all’occhiello della nostra economia. Perchè se chiudiamo baracca noi, chiudono anche tutti quelli che guadagnano ispirandosi, se non vogliamo proprio dire copiare, a proposito di centinaia di categorie produttive, dal lusso alla meccanica al food.